(a cura di Claudia Agostini)
Ci sono persone che quando se ne vanno lasciano un vuoto che si vede subito perché per anni sono state semplicemente lì: una presenza costante, discreta, concreta, talmente parte della quotidianità da sembrare quasi una certezza.
Ferdinando Carretta era una di queste persone.
L’ho conosciuto quando ho iniziato a lavorare alla Protezione Civile A.N.A. Trento. Gli uffici si trovavano sullo stesso piano della sede della Sezione e, praticamente ogni mattina, entrando al lavoro, Ferdinando era già lì. Anzi, a dire il vero, la sensazione era proprio che ci fosse sempre stato e che ci sarebbe stato sempre.
Ferdinando svolgeva il suo impegno a titolo completamente gratuito, con quella naturalezza che appartiene alle persone che non hanno bisogno di riconoscimenti per fare bene ciò che fanno. Era il classico uomo che rappresentava una garanzia: concreto, pratico, affidabile. Uno di quelli ai quali bastava dire una cosa una volta, perché lui la ricordava. Sapeva tutto, si ricordava tutto e soprattutto aveva un’attenzione quasi istintiva affinché ogni cosa fosse al proprio posto.
Non era un uomo che si agitava facilmente. Anche davanti ai problemi, il suo modo di affrontarli era sempre molto semplice: guardare alla questione per quello che era e cercare la soluzione più pratica. Senza drammi, senza inutili complicazioni.
E poi c’era quella sua sottile ironia, che faceva parte del suo modo di essere.
Capitava anche che si arrabbiasse, naturalmente. Ma Ferdinando aveva un modo tutto suo di farlo: magari quel giorno diventava più silenzioso. Poi passava una notte e, il giorno dopo, era di nuovo lui. Perché anche le arrabbiature, in fondo, dovevano avere una loro misura.
Ferdinando aveva anche quelle caratteristiche che, con il tempo, diventano parte indelebile del ricordo di una persona. Una di queste era sicuramente il suo spiccato accento veneto, che non aveva mai perso, nonostante vivesse in Trentino ormai da tanti anni. E poi c’erano quei suoi intercalari che ormai erano diventati inconfondibili.
Quel suo «cio’», che compariva spesso nei discorsi, e soprattutto quel «sta’ ténta» (stai attenta) con cui iniziava praticamente ogni volta che voleva spiegarti qualcosa. « sta’ ténta …»
E già da quelle due parole capivi che Ferdinando stava per spiegarti come stavano davvero le cose. Era il suo modo di catturare la tua attenzione, ma anche, a modo suo, di assicurarsi che avessi capito bene.
Ferdinando teneva profondamente a tutto ciò che riguardava il mondo degli Alpini, il volontariato e i Nu.Vol.A., ai quali si era iscritto nel 2001. La sua presenza non era soltanto quella di chi “dà una mano”: era quella di chi si sentiva realmente parte di una comunità e ne condivideva i valori, la vita quotidiana, gli impegni e anche le piccole cose.
Ogni mattina prendeva il suo treno da Pergine, arrivava a Trento, raggiungeva la sede, apriva e iniziava la sua giornata. E alla fine tornava a casa, nuovamente con il suo treno.
Un’abitudine semplice, ripetuta per anni, che racconta forse più di tante parole quanto Ferdinando fosse legato a quel mondo.
Il suo impegno nel mondo degli Alpini, del resto, non si fermava alla quotidianità della sede. Ferdinando faceva parte anche della Fanfara della Sezione ANA di Trento, dove suonava il tamburo. Era un altro modo per essere presente, per dare il proprio contributo e per vivere fino in fondo quella realtà alla quale era profondamente legato.
E non era certamente una persona che amava stare ferma. Anche fuori dalla sede lo si incontrava spesso in movimento: la bicicletta era una delle sue passioni e non era raro vederlo pedalare per le strade di Pergine. Aveva ancora quella voglia di fare, di esserci, di muoversi, di partecipare che lo ha accompagnato per tutta la vita.
Era presente alle cerimonie, agli appuntamenti degli Alpini, alle iniziative e i servizi dei Nu.VolA. e alle occasioni che permettevano di stare insieme. Era presente anche al pranzo conclusivo del Campo Scuola dell’ ANA alla Viotte del Bondone, perché per lui esserci contava.
Uno dei ricordi che mi è rimasto più impresso risale alla mia prima esperienza in emergenza, il terremoto in Abruzzo del 2009.
Era la mia prima emergenza e ricordo ancora quella mattina. Arrivata in sede, Ferdinando era, naturalmente, già lì e le sue parole furono: «Bene, parto. Vado». Era fatto così.
Non aveva bisogno di troppe spiegazioni, non si perdeva in mille domande, non cercava motivi per rimandare. Se c’era bisogno, si dava la disponibilità e si partiva. Punto.
Quella frase, così semplice, racconta bene il suo modo di intendere il volontariato. Ferdinando non era uno che aveva bisogno di sapere tutto prima di decidere. Guardava alla necessità del momento e, se poteva essere utile, c’era.
E così faceva un po’ per tutto. La sua disponibilità era concreta, immediata, senza troppi problemi e senza troppi fronzoli. Non era il volontario delle grandi dichiarazioni: era quello che, quando c’era da fare, faceva.
Forse è proprio per questo che, nel tempo, è diventato una garanzia per tutti. Perché sapevi che, davanti a una necessità, Ferdinando avrebbe trovato il modo di esserci.
A ottant’anni gli è stato conferito il titolo di socio onorario. Un riconoscimento che, per chi lo ha conosciuto, non poteva essere più meritato. Perché Ferdinando non aveva semplicemente accompagnato per tanti anni la vita della Sezione e dei Nu.Vol.A.: ne era diventato, nel tempo, una di quelle figure che finiscono per rappresentarla.
E forse proprio per questo è difficile pensare che non ci sarà più.
Se chiudo gli occhi e penso alla Sezione degli Alpini, Ferdinando è una delle prime persone che mi vengono in mente. Lo associo a quelle mattine in cui si arrivava al lavoro e lui era già lì. A quella presenza discreta e rassicurante che faceva pensare: “Ferdinando c’è, quindi va tutto bene”.
Era una garanzia.
Non perché facesse grandi discorsi o cercasse di essere al centro dell’attenzione. Al contrario. La sua forza era proprio nella concretezza. Nel fare. Nel ricordarsi le cose. Nel tenere tutto sotto controllo. Nel sapere come funzionavano le cose e nel preoccuparsi che funzionassero bene.
E forse è proprio questo il modo più autentico in cui una persona può diventare importante per un’Associazione: non attraverso grandi gesti isolati, ma attraverso migliaia di piccoli gesti ripetuti nel tempo.
Ferdinando era anche molto orgoglioso della sua famiglia e, in particolare, dei suoi nipoti. Ne parlava con quell’orgoglio tipico dei nonni, raccontando dei loro risultati a scuola e delle loro soddisfazioni. Non era il vanto di chi vuole mostrare quanto siano bravi i propri nipoti: era semplicemente la felicità genuina di un nonno che li guardava crescere e ne era profondamente orgoglioso.
Uno di loro, Jacopo, è entrato a far parte dei Nu.Vol.A. quando era ancora minorenne e tuttora ne fa parte. Anche questo, forse, rappresenta una piccola parte dell’eredità che Ferdinando lascia: la possibilità che una passione, un senso di appartenenza e un modo di vivere il volontariato possano passare da una generazione all’altra.
Ferdinando se n’è andato domenica, e la sua morte arriva quasi in contrasto con l’immagine che molti di noi hanno di lui.
Perché Ferdinando era una di quelle persone che sembrava non dovesse morire mai.
Non per una questione di età o di destino, ma perché quando per tanti anni una persona è lì, sempre presente, sempre attiva, sempre pronta a fare la sua parte, diventa difficile immaginare il mondo senza di lei.
Ma rimarrà tutto quello che ha fatto.
Rimarranno gli anni dedicati gratuitamente agli Alpini, ai Nu.Vol.A. e al volontariato. Rimarranno le cerimonie, le iniziative, le giornate trascorse in sede, i viaggi in treno da Pergine a Trento, le sue biciclettate per le strade di Pergine, i consigli, le cose ricordate e sistemate, le tante volte in cui qualcuno ha potuto contare su di lui.
E rimarrà soprattutto il ricordo di un uomo concreto, serio, laborioso, ironico a modo suo e profondamente legato alle Associazioni di cui si sentiva parte.
Un uomo che non aveva bisogno di fare rumore per essere importante.
Ferdinando c’era.
E per tanti anni è stato semplicemente bello sapere che c’era.
Ora non ci sarà più, ma la sua presenza continuerà a vivere nel ricordo di chi lo ha conosciuto e, attraverso il cammino di chi ha raccolto anche da lui l’esempio del volontariato, continuerà in qualche modo a far parte di quella Sezione e di quel mondo degli Alpini ai quali ha dedicato così tanto.
Ciao Ferdinando. E grazie per esserci stato, ogni giorno, per così tanto tempo.




